Saggio di Lessico Montalcinese

Ogni giorno il nostro parlare si arricchisce di neologismi e di parole proprie di altre lingue. Già in tenera età i nostri figli usano termini come “chattare” o formattare”, “golden goal”, “safety car” con grande naturalezza. E’ il linguaggio globale che sempre più cancella le espressioni legate alle nostre origini. Tutto questo è fisiologico e il processo non è reversibile. Crediamo però giusto ed importante non perdere la memoria del nostro passato. Questo è il motivo della pubblicazione del “Saggio di lessico montalcinese” del professor Alceste Angelini. Alceste Angelini ci permette di fermarci un momento, di sedere sulla panchina del Vignolo, guardare Montalcino e ascoltare la sua voce. I nonni parlano il loro linguaggio affascinante, regalandoci immagini di un tempo appena passato, che sembra ormai remoto. In un mondo che corre veloce è una pausa preziosa piena di parole che, col solo suono, evocano atmosfere, azioni, colori. Le ascoltiamo volentieri, consapevoli che la conoscenza delle origini non freni la corsa verso il futuro ma la renda, anzi, più piacevole e sicura. Il Quartiere ha voluto fare omaggio di questo a tutti i Montalcinesi e a tutti coloro che avranno la curiosità di conoscerci meglio. Abbiamo pubblicato questo studio con l’orgoglio di poter ricordare un nostro quartierante, un grande montalcinese. Erano gli anni ’40 — ’47 quando un gruppo di amici – Alceste Angelini, Romano Bilenchi, Adriano e Adriana Seroni, Alberto e Aldo Del Bigo, Folco Tempesti – erano soliti passeggiare in via Donnoli fino al “muraglione” di Santa Margherita, e lì fermarsi a parlare. Gli argomenti non mancavano, passando dai problemi giovanili all’attualità, a tematiche culturali. Sono molti coloro che ricordano quei giovani intellettuali mentre loro, più giovani, giocavano nelle strade del Quartiere. E’ un’immagine che teniamo tra le più care e importanti memorie del Travaglio; come questa ce ne sono altre, ed altri “personaggi” – oltre naturalmente a S.Donnolo – hanno impreziosito il nostro passato. Abbiamo cominciato da Alceste ma il desiderio è quello di poter, in futuro, ricordarli tutti.

LESSICO MONTALCINESE

UN RICORDO DI ALCESTE

Non posso dire, a rigor di termini, di essere stato amico di Alceste Angelini. Ma gli volevo bene e anche lui me ne voleva. Ero poco più di un ragazzo quando lo intravedevo, lui già uomo maturo, aggirarsi tra le scansie, severe come il suo profilo, della libreria Bassi e avvertivo in lui, noto anche a noi giovanissimi come grecista e traduttore di genio, qualcosa di insolito;. una sorta di aura severa, come dicevo, eppure vibrante di dolcezza e pudore. Altre volte mi accadeva di scorgerlo nella passeggiata tardopomeridiana che lo portava alla libreria e da lì, lungo il corso cittadino che allora non era congestionato come oggi, verso la sua casa un po’ fuori dal centro. Talvolta era solo, più spesso lo accompagnava Renzo Nuti, suo sodale nell’amore e nella familiarità con i classici. Più tardi accanto a lui, in quel tratto di strada, ho visto spesso Roberto Barzanti e Attilio Lolini. E sempre tornava a colpirmi quella misura interiore che, in certi uomini, diviene sguardo e gesto. Perché la mente di una persona, il suo mondo di affetti e di pensieri, ad una certa temperatura, diviene carne e sangue e non ha più bisogno, per esprimersi, neppure delle parole. Quando, un po’ più adulto, ebbi l’occasione e la fortuna di passare anche io qualche ora con Alceste — sembrava nato con lui quel nome le impressioni un po’ enigmatiche di cui ho detto si delinearono, confermandosi. Ogni sua parola e gesto rispondevano a quella misura antica che le traduzioni dai lirici greci hanno restituito alla nostra civiltà letteraria come distillato di una trasparenza che annulla i codici e le cifre. Era la “sua” lingua centrata nella naturalezza che esprime le cose estreme e allo stesso tempo esalta il registro individuale, l’unico, irripetibile. E la lingua, quella lingua, era anche ritmo e poesia ed era, io credo, lo spazio assoluto in cui si radicava la sua inattaccabile moralità. Perché il suo proclamato ateismo era in ragione di una fede disperata ma incrollabile, la fede nella testimonianza della propria vita a difesa della vita, di ogni altra forma di vita. Pochi uomini possedevano come lui il dono della tolleranza, non di quella a buon mercato e non di rado becera dei nostri giorni, che poi altro non è se non indifferenza, ma la tolleranza sostanziata nel rispetto cellulare della creatura. Alceste Angelini viveva la solidarietà della specie con la lucida disperazione di Leopardi, ma anche con la pietas di chi sa che in ogni uomo c’è sempre molto di più di quanto appaia, e talvolta molto di meno. Di chi sa che per avere il diritto di giudicare si deve avere molto amato e molto sofferto e sa anche che si deve avere il coraggio e la responsabilità del giudizio quando ad essere offeso ed ingiuriato è il senso della vita e la sua sacralità. Ed in questo, che lo sapesse o no, era evangelico più di tanti che al contrario di lui del cristianesimo facevano professione. Per lo stesso motivo la sua fede politica, laica e progressista, niente aveva da spartire con le isterie del suo tempo né tantomeno con la protervia, non di rado ipocrita e opportunista, della provincia; della sua provincia senese che per niente al mondo avrebbe abbandonato convinto come fu sempre, alla maniera antica, che un uomo è anche la città, la sua città. La solitudine nella quale ha coltivato gli affetti e le amicizie, la poesia ed il midollo dei classici e dei moderni fu il frutto e la difesa di una elezione spirituale che coniugava la
naturalezza dei rapporti umani, la disponibilità ai bisogni altrui con la riservatezza aristocratica e la misura rigorosa che ristabilisce la distanza e salvaguarda il pudore, qualità di cui sempre più rara è la traccia. Ed anche di questo insegnamento continuiamo ad essergli grati, mentre lo ricordiamo con rispetto ed affetto. E con malinconia.

MARIO SPECCHIO